Pochi litri

pubblicato il 25 Novembre 2007 0

Ancora petrolio in mare durante il carico di una nave al pontile dell’API.

Solite stime rassicuranti: pochi litri, ecc… tanto che viene da domandarsi se, per pochi litri, vale la pena far viaggiare avanti e indietro, per ore, i battelli di contenimento dell’inquinamento. Alla fine, facendo un bilancio energetico ed ambientale, quei battelli bruciano quintali di gasolio che a sua volta deve essere raffinato, la raffinazione determina inquinamento… insomma una catena di inquinamento e costi sociali senza fine (cioè che pesano anche sulle nostre tasche oltre che sulla salute)!

Certo ognuno è libero di credere o non credere ai “pochi litri”, soprattutto se si “pesano” le parole della dirigenza API all’indomani del disastro del 4 Aprile scorso quando dichiarò che la fuoriuscita “accidentale” di prodotto idrocarburico “è stata immediatamente arrestata e non ha avuto alcun seguito“!

Già, sono soltanto seguiti la contaminazione di 20 chilometri di costa, il divieto di accesso alle spiagge, la sospensione della pesca a causa di un idrocarburo cancerogeno!

E’ indubitabile che tutto questo ci suggerisce che non ci troviamo a Fabriano dove si producono frigoriferi.

Ma siccome Spacca (e compagnia di Giunta) si dovrebbe essere accorto della presenza di una cosa pericolosa, puzzolente e nera che sembra proprio una raffineria dovrebbe provare a provvedere affinché arrechi meno danni possibili! Anche questo fa parte dei suoi doveri!

Per lo scopo dispone di un Decreto di Concessione, ne ha un altro sicuramente meno “timido” del suo, cioè il Decreto chiamato Seveso II fatto apposta per le industrie pericolose come la raffineria API!

E poi ha una struttura regionale come l’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale (ARPAM) che, in qualità di organo di controllo ed ispezione, relaziona quello che osserva durante i sopralluoghi e formula dei pareri tecnici.

Ma Spacca è i suoi Assessori le leggono le relazioni dell’ARPAM?

Noi le leggiamo (quando riusciamo ad averle) e, a tale proposito, siamo contenti di diffondere pubblicamente e di far consultare il documento del Servizio Impiantistica dell’ARPAM il quale, proprio in riferimento alle strutture del pontile di carico delle petroliere, ha scritto il 25 Giugno scorso:

sulle strutture del pontile API.. tubazioni, accoppiamenti flangiati, sistema di contenimento di eventuale prodotto sversato… e’ necessario eseguire interventi radicali” !!!

Dopo quella Relazione altri idrocarburi sono finiti in mare: l’altro giorno e il 25 Luglio (con chiusura della balneazione!)

Non sarà che Spacca è convinto che all’API producano frigoriferi?

Allegato ed in sintonia con questo numero della “Bocca della Verità” pubblichiamo con piacere un articolo di Athos Geminiani.

RIFLESSIONI  DI  UN  NON  FALCONARESE

Ebbene sì, sono stato invitato a lasciare Falconara. Seriamente. Non scherzo. Ma andiamo per ordine.

Riunione cittadina, animi accesi per l’alienazione di stabili comunali. In attesa, discussioni accademiche. Tema: reperimento fondi in alternativa alla vendita.

Stando ad uno dei presenti, unica fonte certa la raffineria API, che nel passato si è dimostrata sensibile ai problemi della città: l’elencazione va dalla pavimentazione del parco Kennedy, a illuminazioni varie e, poi, contributi a scuole. La discussione si anima, prende una piega di scontro frontale: non posso non ricordare al mio interlocutore gli incidenti del passato, i morti, i rischi per la salute, gli sversamenti di idrocarburi in mare, dei fumi perennemente buttati in atmosfera, del catrame sulle spiagge, dei rumori, dei sibili, delle puzze e altro ancora. Tutte cose che non hanno, non possono, non potranno mai venire ripagate da nessuna elargizione economica. Altri presenti si inseriscono, certamente non con la mia rabbia, ma comunque critici nei confronti del mostro incombente su Falconara.

Il mio interlocutore si scatena: un padre campato oltre cent’anni; loro, giovani, con i piedi l’estate sempre intrisi di catrame; l’aria salubre del mare che annulla i pericoli; nessuno è mai morto a causa della raffineria; i falconaresi devono esserle riconoscenti per il sicuro benessere dato ai tanti che nel tempo vi hanno lavorato.

Le voci si alzano: rispondo che no i falconaresi all’API devono richiedere il rispetto per la salute dei cittadini, il rispetto del territorio e dell’ambiente e che per questo non servono le elargizioni dei trenta denari per sovvenzionare uno spettacolo teatrale, fregandosi dello sversamento che ha causato la chiusura della stagione balneare per almeno dieci giorni e non sapere ancora adesso cosa mai è finito in mare. E, in ultima analisi, l’API se ne deve andare da Falconara, anche alla luce del fatto che il petrolio è una delle fonti energetiche in via di esaurimento e che le due centrali termiche previste arrecherebbero un danno irreversibile alla città. Altro che riconoscenza! L’API deve andarsene! Ho urlato. Se ne vada lei da Falconara! E’ stata la risposta, piccata, dell’interlocutore.

A interrompere la discussione l’inizio della riunione.

Riflessioni sull’andamento dei lavori: pochezza degli interventi, soprattutto di quelli di alcuni politici. E constatazione certo non edificante, che la solidarietà ha un occhio solo e una volta risolto il “mio” problema d’altro non mi interessa. Una città amorfa, Falconara, davvero. Senza un progetto, senza prospettive, senza voglia di lottare. Parole tante, ma vuote, insulse che si compendiano perfettamente con la nullità delle cronache locali pubblicate su giornali a cui però tutti i falconaresi sembrano pendere come unica fonte di verità.

Aveva ragione quel signore: me ne andrò davvero da Falconara: e i falconaresi si tengano pure l’API e quanto di veleno manda in atmosfera per addormentare e le coscienze, e fortificare la loro indolenza. Un favore: evitate di dare l’appellativo di “turistica” alla città di Falconara, lasciate perdere di bearvi di quella cretina parola, sbandierata ai quattro venti: “movida”, movida un c…

Come potete parlare di turismo con la stagione chiusa al 31 agosto; come potete parlare di turismo con sversamenti un giorno sì e un altro sì; come potete parlare di turismo quando negli infimi bar della spiaggia ti fanno pagare un “Crodino due euro e cinquanta”; come potete parlare di turismo in una città senza cultura in cui funziona un unico cinema e per alcuni giorni soltanto a settimana; dove alle undici di sera cade il coprifuoco e non puoi bere neanche un caffè; come potete parlare di turismo dove le uniche cose sociali di un certo valore le ha messe in campo un comitato cittadino: davvero non era possibile coinvolgere la cultura falconarese per rendere la stagione 2007 più viva e articolata? Soldi, mancano i soldi. Ritornello falso perché le forze e le capacità ci sono. Ma andate a vedere nei piccoli paesi della provincia di Ancona quante cose semplici sono state realizzate. O forse, e qui sta il vero busillis: Falconara possiede il più alto tasso di egoismo, di incultura, di disinteresse per il sociale. Basta osservare il contegno dei giovani. “Brutti, sporchi e cattivi”, titolava un film di alcuni anni fa. E per loro, dico i giovani (non tutti, ben s’intende) di Falconara, aggiungerei anche cretini per il comportamento incivile tenuto per le vie della città, sugli autobus, e della loro incapacità di rapportarsi con gli altri e persino di mettere insieme due parole. E che dire dei falconaresi adulti… spaventati dagli zingari, dagli extracomunitari, dai mendicanti, dai ladri. Tirchi fino all’inverosimile. Disinteressati di ogni cosa che non rappresenti esclusivamente il proprio tornaconto.

Con un campionario del genere cosa importano i progetti di un recentissimo passato che prevedevano un impulso alla città tale da farla proiettare a competere con altre consorelle più importanti dell’intero Adriatico. Non si è creduto ad un modo di essere diverso, più partecipativo, più grande. Falconara è ricaduta nell’abulia: non aveva nulla, non avrà nulla. Si pensa al rimessaggio per tre catorci di barche: ma anche questo ad esclusivo vantaggio dei soli falconaresi; il pensato teatro non serviva, non c’è che l’imbarazzo della scelta, Ancona, Montemarciano e limitrofi; e di centri culturali il falconarese non sa che farsene. La scuola di musica, poi? Inutile, sono tutti vecchi in città, quindi soldi sprecati. Ma si attende, però, la costruzione del campo di rugby. Quello sì tanto importante!

E l’API, intanto, continuerà a sopperire alle necessità: elargirà computer alle scuole e tutti, ma proprio tutti, a scappellarsi in ringraziamenti. Fa niente se assieme ai computer ti spedisce in atmosfera tonnellate di polveri sottili, di fumi, di miasmi insopportabili. L’API è intoccabile, rappresenta il futuro per Falconara, per queste e per le nuove generazioni.

Avevo veramente deciso di andarmene da Falconara; e invece, no: mentre scrivevo queste note mi dicevo che lottare è necessario che non si può, non ci si deve arrendere di fronte all’ineluttabile perché nulla è ineluttabile. Mi dispiace per il mio interlocutore di quella sera. Ma non mi stancherò di affermare che si può vivere bene, e meglio, senza l’API, e continuerò a dirlo a lui e a tutti coloro che la pensano così. E siccome di queste cose non sono il solo a predicare, rimando alla lettura (ma vorranno spendere due soldi per sapere, tirchi come si ritrovano, cosa vuol dire inquinamento) di un libro appena uscito a firma del magistrato Felice Casson, “La fabbrica dei veleni”. Lo leggano e ne riparleremo.

Athos Geminiani

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